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FINESTRE VIVE SPAZI

July 28

Queen - A night at the opera (1975)

Queen – A Night at the Opera (1975) (copertina)

Genere: hard-rock, glam, progressive, pop, folk

Poche band sono riuscite a padroneggiare nel corso della carriera tanti stili diversi come hanno fatto i Queen. Meno ancora sono quelle che hanno dato alle stampe un album che li riunisse tutti. Ma certamente nessun altro è stato in grado di creare una sola canzone in cui fossero tutti presenti.

Stiamo ovviamente parlando di Bohemian Rhapsody, vera gemma dell'album e di tutta la carriera dei Queen. Qui non si riunisce soltanto la summa dell'esperienza dei quattro, ma si ha un deciso salto in avanti verso un qualcosa non necessariamente di migliore, ma certamente di diverso. A Night at the Opera è un vero e proprio spartiacque nella carriera dei Queen: nonostante le prime avvisaglie si siano già avute in Sheer Heart Attack, è soltanto qui che riescono a evolvere il loro sound ed a renderlo decisamente più vario, staccandosi gradualmente dai canoni dell'hard rock che li hanno accompagnati per i primi 3 album.

Ci sono ancora sonorità hard (Death on two legs, Sweet lady) e influenze prog (The prophet's song), ma vengono accompagnate da passaggi folk ('39, certamente il miglior momento del side 1), pop melodico (You're my best friend, primo presagio di quella che sarà il loro stile nella seconda metà degli anni '80) e piccoli frammenti stile anni '50 (Lazing on a sunday afternoon, Seaside rendezvous), oltre alla ormai caratteristica ballata per piano di Freddie (Love of my life, la prima a avere dignità propria, senza essere relegata a frammento) e all'arrangiamento di May dell'inno nazionale inglese che chiuderà non solo l'album, ma anche tutte le performance live dei Queen.

Al primo ascolto l'album è decisamente troppo: troppo pieno, troppo cantato, troppo arrangiato. Troppo pomposo, per utilizzare l'aggettivo più comunemente associato.

Poi si arriva alla fine del disco e si ascolta Bohemian Rhapsody: qui si capisce tutto. Si capisce che questo “troppo tutto” è esattamente ciò che i Queen vogliono. Si capisce che sotto a molte delle tracce si ha un intento profondamente ironico, quando non apertamente parodistico. Ed allora i successivi ascolti sono diversi: sono soltanto diretti a farsi trascinare dai riff di Brian, a farsi caricare dal “vulcano sonoro” (come è stato definito in una celebre recensione di Rolling Stone) del duo Deacon – Taylor, a farsi ammaliare dalla voce di Freddie. A godere pienamente della loro musica, e a ridere con loro mentre suonano.

La cosa fondamentale da capire è che i Queen, in A Night at the Opera, non hanno voluto dire niente. Non c'è nessun messaggio nascosto, nessuna morale, nessuna pretesa di aver qualcosa da insegnare. È soltanto ottima musica, suonata per creare qualcosa di talmente grandioso, kitsch e grottesco da risultare irresistibile. E c'è da dire che i migliori Queen sono stati proprio quelli che non avevano niente da dire. Questo tuttavia non vuol dire che non siano stati uno dei gruppi fondamentali della musica rock e pop: non avevano niente da dire, ma l'hanno detto maledettamente bene.

Qui si hanno i Queen al massimo del loro glam, della loro esagerazione, della loro regalità: le voci di contrappunto sono troppe e troppo evidenti per non generare ammirazione per uno studio così approfondito, ma anche una sana risata e qualche “Nooo!! Qui è veramente troppo...”! Anche dal punto di vista strumentale si ha una evidente esagerazione: basti solo pensare ad alcuni degli strumenti utilizzati, come il koto in The prophet's song o il “Genuine Aloha Ukulele (made in Japan)” di Good Company. Ma del resto anche chitarra e basso sono riempite di effetti fino a creare le sonorità più particolari. Il massimo è tuttavia raggiunto in Seaside rendezvous, dove il ponte musicale è realizzato interamente a cappella, con Freddie che imita un coro di flauti e Roger che interpreta gli ottoni, e la batteria suonata battendo tra loro stecchetti di legno, il tutto effettato in modo da rendere irriconoscibili le voci dei due.

E dire che il disco inizia in un modo completamente diverso: Death on two legs (probabilmente dedicato all'ex-manager del gruppo) è un hard rock che di ironico non ha proprio niente. Il testo è senza ombra di dubbio il più cattivo e rancoroso tra tutti quelli dei Queen, tanto che in un'intervista Mercury affermò che Brian non si sentiva affatto a suo agio a suonarla.

Ma i toni si smorzano immediatamente, ed è impossibile non restare affascinati dallo stile della piccolissima Lazing on a sunday afternoon, e non ridere leggendo il testo di I'm in love with my car, tanto che lo stesso Brian pensava inizialmente che il pezzo fosse solo uno scherzo di Roger.

Abbiamo poi il melenso e banale pop di You're my best friend, che inserito tuttavia all'interno del contesto acquista un altro significato, nuovamente parodistico. E la magnifica '39, che narra una sorta di favola basata sulla storia dei pellegrini del Mayflower che sbarcarono in America, ma filtrata attraverso gli interessi di astro-fisica di Brian (materia in cui si laurerà nel 2007): i coloni salpano su astronavi e tornano dopo 100 anni, ancora giovani a causa degli effetti della relatività, mentre tutti i loro cari sono morti.

Altre canzoni degne di nota sono The prophet's song e Love of my life.

La prima si può definire il seguito spirituale di Liar e The March of the Black Queen per la struttura e per lo stile, anche se le differenze dovute al fatto che è a firma di May sono evidenti. La fama è dovuta soprattutto alla lunga parte centrale completamente a cappella, con voce principale di Freddie (ripetuta con la tecnica del delay) e coro degli altri tre. Love of my life è invece la canzone più cantata live dai Queen, e una delle più famose del loro catalogo, vetta mai più raggiunta delle tante ballate scritte da Mercury.

Infine su Bohemian Rhapsody, possiamo dire semplicemente che è tutto quello che abbiamo scritto finora, con l'aggiunta di sezioni di stampo operistico (Freddie era patito di opera) e di un testo non-sense che la renderà immortale: chi non conosce il coro di “Galileo” oppure l'aggressivo “Mamma mia, mammia mia, mamma mia let me go!”...

A Night at the Opera è una decisa svolta nella carriera dei Queen, un album che probabilmente nessuno avrà mai né il coraggio né l'abilità di replicare, separato dal resto della loro produzione, una gemma che splende solitaria nel loro catalogo.

Il cd in tre parole: ironico, vario, esagerato.

Giudizio complessivo: 9

Queen - Sheer heart attack (1974)

Queen – Sheer Heart Attack (1974) (copertina)

Genere: rock, glam, pop

Sheer heart attack è un “album di passaggio”. Sono quegli album che mancano di una propria identità ben definita, ma che collegano tra loro due opere o due periodi diversi ma entrambi significativi nella storia di un gruppo. Sono, diciamo, le opere in cui il suono si evolve, o si muove in direzioni diverse alle precedenti.

Questa definizione non racchiude pregiudizialmente una valutazione sulla qualità del disco: tuttavia è raro che questi cd vengano considerati dei capolavori, proprio in virtù del fatto che il suono non è ancora definito, e spesso mancano di una certa coerenza interna.

Il primo album dei Queen era certamente di discreta fattura: tuttavia era un album che una qualsiasi delle numerose band hard-rock e progressive dei primi anni '70 avrebbe potuto scrivere. Queen II era già più caratteristico: nonostante siano presenti molti luoghi comuni dell'hard-rock, vengono prepotentemente fuori le personalità di Brian e Freddie.

Sheer heart attack invece cerca proprio di creare un “sound Queen”, che li possa univocamente identificare in mezzo alle altre band. I Queen avviano dunque un processo di graduale abbandono delle sonorità aggressive e potenti che caratterizzarono la prima fase della loro carriera in favore di soluzione più peculiarie e ragionate. Tuttavia questo processo, con dovute eccezioni, non si arresterà e porterà a conseguenze nefaste. Quando le idee inizieranno a scarseggiare, i Queen si troveranno ad essere un gruppo pop come tanti altri, seppure dotati di una incredibile capacità strumentale e vocale.

Eppure qui si vede ancora l'energia e la vitalità della prima fase della band: il disco è proprio un “puro attaco di cuore”. Le canzoni sono generalmente velocissime, gli arrangiamenti sempre allegri, la voce di freddie è al massimo della sua gioia, sembra che sia in stato euforico, mentre l'accompagnamento è tecnicamente a livelli altissimi.

Il cambiamento più evidente risiede nella durata dei pezzi: niente più lunghe suite come Liar o The March of the Black Queen, ma 12 brani di tre minuti circa, avvicinandosi così alla forma canzone “standard”. Le canzoni sono molto più unitarie, e non presentano le frammentazioni tipiche dei primi due cd. L'unica eccezione è la traccia di apertura, Brighton rock: tuttavia il lungo (e strepitoso) assolo centrale, realizzato con l'effetto di delay, che simula la presenza di 4 chitarre che eseguono la stessa parte a breve distanza, in origine doveva trovarsi all'interno di Son and Daughter (ottava traccia di Queen). Quindi si può dire che Brighton rock è per certi aspetti un “residuato” del precedente periodo.

Altro segno di cambiamento, soprattutto rispetto allo white side di Queen II, è nei temi trattati e nello stile. Già da qualche anno un alieno di nome Ziggy Stardust portava in giro per il mondo le sue storie ambigue e decadenti, vestito di lustrini e paillettes, con capelli rossi e abbondante trucco a dipingere il volto, ed aveva un successo esagerato. Già da qualche anno era nato il glam. Freddie è affascinato da questo mondo: la sua personlità teatrale lo rendeva perfetto per il ruolo. Ed allora la band abbraccia questo modo di essere (il glam è questo, più che uno stile musicale vero e proprio), seppure in ritardo rispetto a tanti altri, ma lo fa in un modo tutto suo, molto più “regale” e al tempo stesso più parodistico.

Nascono allora canzoni come Killer Queen, la più famosa canzone del cd e la prima che si può ascrivere a quel sound Queen di cui parlavamo prima. Il tema trattato è tipico del glam, la descrizione di una prostituta: tuttavia è quanto di più possibile lontano rispetto alla Queen bitch di Bowie, ad esempio. Non ci sono atmosfere decadenti, anime maledette: tutto è visto tramite la tipica gioia di vivere di Freddie e la sua inclinazione a non prendere mai niente per serio. Brighton rock nelle strofe e nelle liriche risente delle stesse influenze di Killer Queen, mentre Stone cold crazy si rifà alla frangia del glam più vicina all'hard rock e a quello che diventerà il punk (e il suo stile più aggressivo è sottolineato dal fatto che anche i Metallica ne faranno una cover).

Il resto dell'album è più ancorato al passato: Tenement funster di Taylor continua a proporre lo stesso rock'n'roll armonico, chitarra e batteria, che aveva caratterizzato le sue canzoni dei primi due lp. Now I'm here è un classico hard rock che non sarebbe sfigurato nello white side di Queen II, come Flick of the wrist potrebbe essere stato nel black side (anche se l'effettistica usata è molto ridotta e meno pacchiana): del resto sfocia in Lily of the valley, una ballata al piano che sembra la fotocopia di Nevermore (e che per l'ultima volta nella carriera dei Queen è ambientata nel mondo fantastico di Rhye, creato da Mercury per le prime canzoni della band).

Menzione speciale per l'esplicita oscenità va a In the lap of the Gods: nel pur apprezzabile tentativo di creare qualcosa di diverso e di originale, i Queen eseguono una canzone che è l'emblema del cattivo gusto. L'introduzione, che vorrebbe essere forse epica e grandiosa, risulta soltanto ridicola, gli effetti ad accompagnare la musica sono fastidiosi, la voce effettata è irritante e non conferisce alcuno spessore all'interpretazione. Inoltre il ritornello cantato dal coro in maniera abbastanza classica sembra escludere un intento ironico o parodistico nella composizione della canzone. Molto meglio In the lap of the Gods... Revisited che chiude il cd, certamente non innovativa ma ben fatta e splendidamente interpretata da Freddie.

La parte centrale del secondo lato dell'lp originale consiste in tre piccoli frammenti, della durata totale di 5 minuti: Dear friends è una ninna-nanna dedicata a due amanti che si sono appena separati; Misfire, prima e unica composizione di Deacon finora, è un rock'n'roll allegro e spensierato, con un testo ambiguo pieno di velati doppisensi, mentre Bring back that Leroy Brown è una velocissima canzone, con tanto di accompagnamento all'ukulele, dedicata a Jim Croce, cantante statunitense morto pochi mesi prima.

A completare il tutto c'è She makes me, una lentissima canzone d'amore che sembra veramente fuori luogo rispetto al resto del cd.

In conclusione questo è il primo vero album dei Queen, il primo in cui presentano tante caratteristiche che li accompagneranno per la miglior parte della loro carriera, pur non rinunciando né ai classici cori, né ad arrangiamenti a volte eccessivi (anche se, insieme a News of the world, questo è l'album con le sonorità più dirette della prima parte della loro discografia), e non abbandonando ancora totalmente la potenza delle origini. Tuttavia soffre della mancanza di canzoni che si possano definire capolavori, nonostante le prime due tracce formino quello che forse è il miglior inizio di un disco dei Queen, secondo solo al sopraccitato News of the world, che apre con We will rock you e We are the champions (e scusate se è poco...).

I Queen pubblicano, come dicevamo all'inizio, un disco di passaggio tra i primi due cd e i 3-4 successivi, creando il presupposto per il loro capolavoro dell'anno seguente: A night at the opera.

Il cd in tre parole: allegro, adrenalinico, veloce.

Giudizio complessivo: 7 ½

June 19

The times they are a-changing

Ok, il successo del mio blog è stato immediato e planetario. Del resto, come non aspettarselo. Per offrire un servizio sempre migliore, ho deciso comunque di modificare e snellire di molto (un 40 percento circa) i due interventi precedenti: ehi! è come se una persona dimagrisse di 30 chili! Le recensioni "extended version", comunque, restano sul mio pc e sono a disposizione di chiunque! Basta chiedere via e-mail o nel commento...

A giorni inserirò altre due recensioni dei Queen, giusto per farmi perdonare del tempo passato tra i primi interventi ed oggi. Per iniziare ho intenzione di recensire almeno i loro primi sei album, per poi passare ad altro. Qualcosa di pronto c'è già, ma lascio la sorpresa.

May 25

Queen - Queen II (1974)

QueenQueen II (1974) (copertina)

Genere: hard-rock

Brian. Freddie. Stile. Grandeur. Bianco. Nero. Delicato. Grottesco. A. B.

Questo è Queen II.

Il grande pregio di questo album è quello di esaltare le differenze tra le due anime principali del gruppo, il chitarrista Brian May e il front-man Freddie Mercury. Nonostante i pochi mesi che separano l'uscita del disco di esordio da questo, si nota che il gruppo sta crescendo, non tanto dal punto di vista strumentale quanto da quello più prettamente artistico e intellettuale. Concettualmente c'è un abisso tra la incoerente serie di pezzi frammentari di Queen, e la struttura ordinata e organica di questo Queen II.

Siamo di fronte a quello che, in tutta la ampia discografia dei Queen, può definirsi come l'album più vicino all'idea di un concept (insieme forse ad A night at the Opera). Il disco è diviso in due lati: il “lato bianco”, con composizioni di Brian May, ed il “lato nero”, scritto da Freddie Mercury. Mercury e May sfruttano la stessa materia prima, l'hard rock, ma la plasmano in due modi diametralmente opposti. Da una parte c'è Brian, che tratta temi della vita di tutti i giorni, con testi molto intimisti ed una immaginazione malinconica, che potremmo definire “piccola”, per le sua attenzione ai particolari e ai minuscoli dettagli. Dall'altra abbiamo Freddie, decisamente sfrontato, estroverso, con una fantasia popolata di creature leggendarie e testi che rivelano ancor prima della musica stessa la sua anima intrinsecamente glam. Infatti sono solo una ricerca del piacere e di immagini il cui unico scopo è quello di risultare esteticamente appaganti.

Si parte da Procession: breve pezzo strumentale, che conferisce un'aria quasi sacerdotale all'inizio del disco. Zitti tutti!, stiamo per entrare dentro il secondo album dei Queen.

Senza soluzione di continuità, parte il trittico di canzoni scritte da Brian May: Father to son, White Queen (as it began) e Some day one day.

Tutte e tre le canzoni trattano il tema dell'amore, seppure sotto diversi aspetti.

La prima parla di un lettera che il padre scrive al figlio, conscio che quest'ultimo non la capirà subito, ma un giorno riuscirà ad apprezzerla e comprenderà l'amore tra i due.

White Queen, il pezzo principale di questo lato, direttamente contrapposta alla “Mercuryana” The march of the Black Queen, parla invece di una vera esperienza del giovane May, ammaliato dal fascino di una ragazza a cui non avrà mai il coraggio neanche di presentarsi, e che osserverà da lontano: “And 'neath her window have I stayed / I loved the foot steps that she made / and when she came... / White Queen how my heart did ache / and dry my lips no word would make / so still I wait...”.

Il sottotitolo As it began si riferisce all'ultimo verso della canzone, che riunisce tutto il senso del pezzo: “So sad it ends / as it began”. La storia finisce esattamente come è iniziata, cioè solo e soltanto nella mente di Brian. Pur presentando musicalmente un accompagnamento molto discreto nelle strofe, il ritornello e l'assolo sono puro hard rock.

Di stampo più classico è invece la successiva Some day one day, che usa frequentemente la metafora della nebbia entro la quale le persone si perdono, ma “qualche giorno, un giorno” forse “arriveremo a casa”.

Così si chiude il lato di Brian May, estremamente malinconico pure nei punti in cui la musica si fa più dura (e non sono rarissimi). In realtà, il side A del disco contiene anche una canzone di Roger Taylor, The loser in the end. Tuttavia è talmente slegata dal resto dell'album da far seriamente dubitare che si tratti di un filler.

Facciamo partire il side B del nostro 33 giri virtuale, e la musica cambia. Letteralmente.

Il lato nero, il lato Mercury, tratta tematiche principalmente fantasy, come molte delle band progressive dell'epoca. Ma qui l'importante non è il messaggio che deve giungere. Qui l'importante è semplicemente la musica, la vitalità, l'allegria e la sfrontatezza che vengono sprigionate da ogni singola traccia.

A rimarcare il netto stacco abbiamo Ogre battle, il cui attacco è certamente una delle cose più insolite e aggressive dell'intero catalogo Queen. Sinceramente, a chi scrive non piace particolarmente, però è innegabile l'originalità della soluzione e la sua efficacia nel separare il lato May dal lato Mercury.

E' facile notare come il “trittico Mercury”, composto da Ogre battle, The fairy feller's master-stroke eThe march of the Black Queen (con il breve intermezzo di Nevermore tra le ultime due), presenta notevoli analogie con il trittico centrale del primo album (Great King Rat, My fairy king e Liar). La successione di stili è sostanzialmente la solita: si parte con un aggressivo hard rock, quasi anticipatore dello speed metal, si continua con un progressive colorato di tinte fantasy e si conclude con una suite che mescola i due stili in cui si riconosce molto lo stile Queen.

Se la fantasia e l'inventiva dal punto di vista dei testi sono rimaste sostanzialmente immutate, la stessa cosa non si può dire della musica. Fortunatamente. Infatti, pur continuando a racchiudere una quantità spropositata di idee musicali diverse, queste sono presentate in modo organico e senza fratture.

Ovviamente, la Marcia della Regina Nera è un'occasione troppo ghiotta per un diretto paragone con la Ballata della Regina Bianca. Si riuniscono qui tutte le differenze tra Brian e Freddie di cui parlavamo all'inizio: il differente uso dei testi, significativi e realistici per il chitarrista, immaginiferi, fini a se stessi e prevalentemente fantasy per il front-man. Ma anche il diverso gusto musicale, misurato e più “classico” da una parte, quasi grottesco dalla pomposità e dal grandeur che sprigiona per l'altro.

Una piccola curiosità: The fairy feller's master-stroke si rifà all'omonimo dipinto di Richard Dadd, pittore inglese dell'ottocento.

Abbiamo prima accennato a Nevermore: questa breve canzone rappresenta la prima delle ballate d'amore suonate principalmente al piano che saranno tra i pezzi più famosi della carriera di Freddie Mercury, e che avranno come maggior esponente senza dubbio Love of my life.

Alla fine della maestosa Marcia abbiamo Funny how love is. Altro probabile filler, qui le chitarre forniscono ossessivamente una base di accordi che creano un “muro di suono” sopra il quale si svolge la canzone. A differenza del pezzo di Taylor, questa canzone, anche presa a se stante, offre veramente pochi spunti musicali.

Per fortuna che il tiro viene rialzato immediatamente con la traccia conclusiva, la splendida Seven Seas of Rhye. Pur essendo ancora riconoscibile, è molto modificata e ampliata rispetto al pezzo che chiudeva il primo album: prima di tutto sono state inserite le parole, una presuntuosa e sfacciata dichiarazione di potenza, volta a reclamare il dominio sui mari di Rhye, il mondo fantastico inventato da Mercury. Inoltre, la durata aumenta, gli arpeggi iniziali sono più interessanti e vengono aggiunte parti ex novo.


Alcune osservazioni conclusive di carattere generale: la produzione non è eccellente, in quanto il suono è a volte un po' sporco ed è presente il piccolo problema di non avere sempre una transazione indolore tra una traccia e l'altra. Tuttavia la maturazione del gruppo è evidente, e il risultato finale è decisamente migliore rispetto al precedente. Purtroppo, il disco è rovinato dalla presenza dei due filler: se si fosse riusciti a sostituirli con tracce non soltanto dello stesso livello delle altre, ma soprattutto maggiormente attinenti al contesto, saremmo stati certamente di fronte a un capolavoro e forse al migliore album dei Queen. Adesso invece siamo semplicemente di fronte ad un ottimo lavoro, musicalmente ed artisticamente completo, anche se non molto originale: pur presentando diverse idee resta sostanzialmente ancorato ai canoni dell'hard rock, genere caratteristico della prima produzione Queen.

Il cd in tre parole: double-face, intimista, sfacciato.

Giudizio complessivo: 8

Queen - Queen (1973)

Queen – Queen (1973)    (copertina)

Genere: hard-rock, progressive


I Queen escono con questo primo album tre anni dopo essere nati dalle ceneri degli Smile, gruppo formato in origine da Brian May, Roger Taylor e Tim Staffell, che abbandonò poco prima dell'arrivo di Freddie Mercury (il bassista John Deacon arrivò solo nel 1971).

Le registrazioni in studio durano a lungo, e i quattro riescono a realizzare tutto ciò che vogliono: il risultato è un album di stampo progressive, in cui si riconoscono da subito l'aggressività e le grandi capacità vocali di Freddie e lo stile unico e inconfondibile del chitarrista Brian May.

Le 10 tracce che compongono il disco hanno come denominatore comune una grande vitalità musicale: i primi Queen sono una band che pone le basi anche per quello che sarà il metal, pur restando sempre molto melodici. Purtroppo si evidenzia anche una certa immaturità compositiva, che si traduce in una estrema frammentarietà delle canzoni, soprattutto quelle centrali, in cui si evidenzia maggiormente l'anima prog di cui parlavamo prima: ottime idee, melodie stupende ma completamente slegate tra loro si accostano fino quasi a cozzare, producendo un effetto che per molti può risultare sgradevole. Questo difetto viene meno nella parte finale del disco, dove però le composizioni risultano più deboli dal punto di vista qualitativo.

Il disco inizia con Keep yourself alive, primo singolo dei Queen: scritto da May con intenti ironici, l'interpretazione di Freddie distorce un po' questo significato iniziale per conferire un carattere più violento. Musicalmente sono in evidenza i riff di May e la batteria di Taylor, a cui è concesso anche un breve assolo, e già si riconoscono i cori e i controcanti che saranno tanto caretteristici del futuro stile Queen.

La seconda traccia è Doing All Right, scritta da May e Staffell, malinconica ballata per piano e voce che dopo l'ingresso degli strumenti elettrici esplode in segmenti quasi metal.

Great King Rat è forse la traccia più dura del disco: la batteria è sempre incalzante, la chitarra distorta all'eccesso. Particolare l'arrangiamento, con uno xilofono che si inserisce nel sottofondo del ritornello. Il testo sarà oggetto di molte discussioni: i versi “Put out the good and keep the bad / Don't believe all you read in the Bible” saranno considerati anti-religiose.

Si continua con My fairy king, la prima canzone ambientata nel mondo fantasy di Rhye creato da Freddie Mercury. Molto più soft della precedente, ha un sottofondo musicale molto ricercato dovuto ai numerosi cori e alle tastiere. E' divisa in due parti, di struttura simile: inizialmente si ha un andamento calmo, che progressivamente si scalda per poi richiudersi quasi subito e ripartire. La voce di Freddie qui è sfruttata quasi al massimo, in quanto sono presenti sia parti in falsetto che tratti in cui si rende necessaria tutta la sua potenza vocale. E' certamente uno dei punti più belli del cd.

Si arriva dunque a Liar, quello che è probabilmente il capolavoro dell'album. La lunga introduzione strumentale di oltre un minuto si spegne nella voce di Freddie Mercury, quasi implorante, a cui risponde con violenza un coro che grida “liar!”, stabilendo una sorta di dialogo che continua per tutta la canzone. Verso la metà questo dialogo diventa una supplica, con accompagnamento quasi esclusivamente percussivo: Freddie si inginocchia e si offre schiavo, mentre le voci rispondono “all day long”, “per tutto il tempo”. Nonostante gli sforzi, tutti continueranno a considerarlo un liar, come si può sentire nella parte conclusiva. Questa canzone ricorda molto altre che forgeranno la storia del gruppo, come The March of the Black Queen, Prophet's song e Bohemian rhapsody, ma anche vagamente Innuendo.

E' adesso il turno di The night comes down. Dopo una splendida introduzione strumentale di quasi un minuto, la musica cambia repentinamente e partono le strofe. Altrettanto improvvisamente, il finale riprende l'introduzione. Anche qui è evidente la frammentarietà che accompagna tutto il disco. Rappresenta una necessaria boccata d'aria dopo le tre tracce precedenti, piuttosto pesanti.

Parte subito Modern times rock'n'roll. L'unica traccia opera del batterista Roger Taylor, è immediatamente riconoscibile a causa dello stile compositivo completamente diverso rispetto a May o Mercury. Pezzo breve, della durata di due minuti scarsi, molto veloce (celebre è la passione di Taylor per le macchine da corsa), ma invecchiato in fretta anche a causa del testo (la canzone parla della musica dell'epoca, confrontandola con la produzione anni '50 e con la nuova musica dei Queen).

A rimarcare ancora il fatto che siamo in una parte poco felice dell'album arriva Son and Daughter. Si fonda molto sul basso, che ha un riff interessante, ma è tutto il resto che manca. Canto urlato senza grazia, batteria e chitarra decisamente poco presenti. Il punto più basso, senza dubbio, ma sul cui stile si baseranno altre canzoni Queen del primo periodo come Now I'm here, Sweet lady o White man.

Le cose tornano a farsi discrete con la penultima traccia, Jesus. Ma è chiaro che il meglio è già passato. L'idea è interessante: Mercury, zoroastriano, scrive una canzone su Gesù e sul culto della sua persona. Peccato che il testo risulti poco incisivo, forse anche per paura di urtare la sensibilità di qualcuno. Resta la frase “all going down to see the Lord Jesus”, secondo chi scrive cantata con senso ironico, a indicare la mancanza di libero arbitrio e di coscienza individuale. Ottimo l'assolo centrale.

Il disco si chiude su una “mezza canzone”. Seven seas of Rhye è infatti soltanto un abbozzo di quella che sarà la traccia conclusiva del secondo album.

Nel complesso il problema principale del cd è l'estrema frammentarietà, la mancanza di una visione d'unione. Sembra non avere alcuna logica interna, solo una successione di singoli slegati tra loro (problema che i Queen avranno in molti album).  Tuttavia, sono presenti almeno 2 o 3 canzoni di sicuro impatto. Concludendo, questo album è certamente un buon debutto, ma verrà presto eclissato dal successivo Queen II, di stile molto simile ma certamente più maturo e anche più vario e interessante.

Il cd in tre parole: vitale, acerbo, potente.

Giudizio complessivo: 7

 

Gianluca Micchi

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Bella lì Gian..!
June 6
Gaia Adamiwrote:
Ma io lo capisco!! E dico che è bellissimo!!! Jan-q, dico anche io che devi pensarci tuuuuuuuuuu!!! yeah
May 29
Ritawrote:
Jan-q!! Pensaci tu!!! =) (mi dispiace solo che non lo possano capire tutti.....)
May 25
Grazie eh! =) poi si rigioca e questa volta vinciamo!
May 24
deh...campioni d'italia
May 21
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