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    May 25

    Queen - Queen (1973)

    Queen – Queen (1973)    (copertina)

    Genere: hard-rock, progressive


    I Queen escono con questo primo album tre anni dopo essere nati dalle ceneri degli Smile, gruppo formato in origine da Brian May, Roger Taylor e Tim Staffell, che abbandonò poco prima dell'arrivo di Freddie Mercury (il bassista John Deacon arrivò solo nel 1971).

    Le registrazioni in studio durano a lungo, e i quattro riescono a realizzare tutto ciò che vogliono: il risultato è un album di stampo progressive, in cui si riconoscono da subito l'aggressività e le grandi capacità vocali di Freddie e lo stile unico e inconfondibile del chitarrista Brian May.

    Le 10 tracce che compongono il disco hanno come denominatore comune una grande vitalità musicale: i primi Queen sono una band che pone le basi anche per quello che sarà il metal, pur restando sempre molto melodici. Purtroppo si evidenzia anche una certa immaturità compositiva, che si traduce in una estrema frammentarietà delle canzoni, soprattutto quelle centrali, in cui si evidenzia maggiormente l'anima prog di cui parlavamo prima: ottime idee, melodie stupende ma completamente slegate tra loro si accostano fino quasi a cozzare, producendo un effetto che per molti può risultare sgradevole. Questo difetto viene meno nella parte finale del disco, dove però le composizioni risultano più deboli dal punto di vista qualitativo.

    Il disco inizia con Keep yourself alive, primo singolo dei Queen: scritto da May con intenti ironici, l'interpretazione di Freddie distorce un po' questo significato iniziale per conferire un carattere più violento. Musicalmente sono in evidenza i riff di May e la batteria di Taylor, a cui è concesso anche un breve assolo, e già si riconoscono i cori e i controcanti che saranno tanto caretteristici del futuro stile Queen.

    La seconda traccia è Doing All Right, scritta da May e Staffell, malinconica ballata per piano e voce che dopo l'ingresso degli strumenti elettrici esplode in segmenti quasi metal.

    Great King Rat è forse la traccia più dura del disco: la batteria è sempre incalzante, la chitarra distorta all'eccesso. Particolare l'arrangiamento, con uno xilofono che si inserisce nel sottofondo del ritornello. Il testo sarà oggetto di molte discussioni: i versi “Put out the good and keep the bad / Don't believe all you read in the Bible” saranno considerati anti-religiose.

    Si continua con My fairy king, la prima canzone ambientata nel mondo fantasy di Rhye creato da Freddie Mercury. Molto più soft della precedente, ha un sottofondo musicale molto ricercato dovuto ai numerosi cori e alle tastiere. E' divisa in due parti, di struttura simile: inizialmente si ha un andamento calmo, che progressivamente si scalda per poi richiudersi quasi subito e ripartire. La voce di Freddie qui è sfruttata quasi al massimo, in quanto sono presenti sia parti in falsetto che tratti in cui si rende necessaria tutta la sua potenza vocale. E' certamente uno dei punti più belli del cd.

    Si arriva dunque a Liar, quello che è probabilmente il capolavoro dell'album. La lunga introduzione strumentale di oltre un minuto si spegne nella voce di Freddie Mercury, quasi implorante, a cui risponde con violenza un coro che grida “liar!”, stabilendo una sorta di dialogo che continua per tutta la canzone. Verso la metà questo dialogo diventa una supplica, con accompagnamento quasi esclusivamente percussivo: Freddie si inginocchia e si offre schiavo, mentre le voci rispondono “all day long”, “per tutto il tempo”. Nonostante gli sforzi, tutti continueranno a considerarlo un liar, come si può sentire nella parte conclusiva. Questa canzone ricorda molto altre che forgeranno la storia del gruppo, come The March of the Black Queen, Prophet's song e Bohemian rhapsody, ma anche vagamente Innuendo.

    E' adesso il turno di The night comes down. Dopo una splendida introduzione strumentale di quasi un minuto, la musica cambia repentinamente e partono le strofe. Altrettanto improvvisamente, il finale riprende l'introduzione. Anche qui è evidente la frammentarietà che accompagna tutto il disco. Rappresenta una necessaria boccata d'aria dopo le tre tracce precedenti, piuttosto pesanti.

    Parte subito Modern times rock'n'roll. L'unica traccia opera del batterista Roger Taylor, è immediatamente riconoscibile a causa dello stile compositivo completamente diverso rispetto a May o Mercury. Pezzo breve, della durata di due minuti scarsi, molto veloce (celebre è la passione di Taylor per le macchine da corsa), ma invecchiato in fretta anche a causa del testo (la canzone parla della musica dell'epoca, confrontandola con la produzione anni '50 e con la nuova musica dei Queen).

    A rimarcare ancora il fatto che siamo in una parte poco felice dell'album arriva Son and Daughter. Si fonda molto sul basso, che ha un riff interessante, ma è tutto il resto che manca. Canto urlato senza grazia, batteria e chitarra decisamente poco presenti. Il punto più basso, senza dubbio, ma sul cui stile si baseranno altre canzoni Queen del primo periodo come Now I'm here, Sweet lady o White man.

    Le cose tornano a farsi discrete con la penultima traccia, Jesus. Ma è chiaro che il meglio è già passato. L'idea è interessante: Mercury, zoroastriano, scrive una canzone su Gesù e sul culto della sua persona. Peccato che il testo risulti poco incisivo, forse anche per paura di urtare la sensibilità di qualcuno. Resta la frase “all going down to see the Lord Jesus”, secondo chi scrive cantata con senso ironico, a indicare la mancanza di libero arbitrio e di coscienza individuale. Ottimo l'assolo centrale.

    Il disco si chiude su una “mezza canzone”. Seven seas of Rhye è infatti soltanto un abbozzo di quella che sarà la traccia conclusiva del secondo album.

    Nel complesso il problema principale del cd è l'estrema frammentarietà, la mancanza di una visione d'unione. Sembra non avere alcuna logica interna, solo una successione di singoli slegati tra loro (problema che i Queen avranno in molti album).  Tuttavia, sono presenti almeno 2 o 3 canzoni di sicuro impatto. Concludendo, questo album è certamente un buon debutto, ma verrà presto eclissato dal successivo Queen II, di stile molto simile ma certamente più maturo e anche più vario e interessante.

    Il cd in tre parole: vitale, acerbo, potente.

    Giudizio complessivo: 7

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