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May 25 Queen - Queen II (1974)
Queen – Queen II (1974) (copertina) Genere: hard-rock Brian. Freddie. Stile. Grandeur. Bianco. Nero. Delicato. Grottesco. A. B. Questo è Queen II. Il grande pregio di questo album è quello di esaltare le differenze tra le due anime principali del gruppo, il chitarrista Brian May e il front-man Freddie Mercury. Nonostante i pochi mesi che separano l'uscita del disco di esordio da questo, si nota che il gruppo sta crescendo, non tanto dal punto di vista strumentale quanto da quello più prettamente artistico e intellettuale. Concettualmente c'è un abisso tra la incoerente serie di pezzi frammentari di Queen, e la struttura ordinata e organica di questo Queen II. Siamo di fronte a quello che, in tutta la ampia discografia dei Queen, può definirsi come l'album più vicino all'idea di un concept (insieme forse ad A night at the Opera). Il disco è diviso in due lati: il “lato bianco”, con composizioni di Brian May, ed il “lato nero”, scritto da Freddie Mercury. Mercury e May sfruttano la stessa materia prima, l'hard rock, ma la plasmano in due modi diametralmente opposti. Da una parte c'è Brian, che tratta temi della vita di tutti i giorni, con testi molto intimisti ed una immaginazione malinconica, che potremmo definire “piccola”, per le sua attenzione ai particolari e ai minuscoli dettagli. Dall'altra abbiamo Freddie, decisamente sfrontato, estroverso, con una fantasia popolata di creature leggendarie e testi che rivelano ancor prima della musica stessa la sua anima intrinsecamente glam. Infatti sono solo una ricerca del piacere e di immagini il cui unico scopo è quello di risultare esteticamente appaganti. Si parte da Procession: breve pezzo strumentale, che conferisce un'aria quasi sacerdotale all'inizio del disco. Zitti tutti!, stiamo per entrare dentro il secondo album dei Queen. Senza soluzione di continuità, parte il trittico di canzoni scritte da Brian May: Father to son, White Queen (as it began) e Some day one day. Tutte e tre le canzoni trattano il tema dell'amore, seppure sotto diversi aspetti. La prima parla di un lettera che il padre scrive al figlio, conscio che quest'ultimo non la capirà subito, ma un giorno riuscirà ad apprezzerla e comprenderà l'amore tra i due. White Queen, il pezzo principale di questo lato, direttamente contrapposta alla “Mercuryana” The march of the Black Queen, parla invece di una vera esperienza del giovane May, ammaliato dal fascino di una ragazza a cui non avrà mai il coraggio neanche di presentarsi, e che osserverà da lontano: “And 'neath her window have I stayed / I loved the foot steps that she made / and when she came... / White Queen how my heart did ache / and dry my lips no word would make / so still I wait...”. Il sottotitolo As it began si riferisce all'ultimo verso della canzone, che riunisce tutto il senso del pezzo: “So sad it ends / as it began”. La storia finisce esattamente come è iniziata, cioè solo e soltanto nella mente di Brian. Pur presentando musicalmente un accompagnamento molto discreto nelle strofe, il ritornello e l'assolo sono puro hard rock. Di stampo più classico è invece la successiva Some day one day, che usa frequentemente la metafora della nebbia entro la quale le persone si perdono, ma “qualche giorno, un giorno” forse “arriveremo a casa”. Così si chiude il lato di Brian May, estremamente malinconico pure nei punti in cui la musica si fa più dura (e non sono rarissimi). In realtà, il side A del disco contiene anche una canzone di Roger Taylor, The loser in the end. Tuttavia è talmente slegata dal resto dell'album da far seriamente dubitare che si tratti di un filler. Facciamo partire il side B del nostro 33 giri virtuale, e la musica cambia. Letteralmente. Il lato nero, il lato Mercury, tratta tematiche principalmente fantasy, come molte delle band progressive dell'epoca. Ma qui l'importante non è il messaggio che deve giungere. Qui l'importante è semplicemente la musica, la vitalità, l'allegria e la sfrontatezza che vengono sprigionate da ogni singola traccia. A rimarcare il netto stacco abbiamo Ogre battle, il cui attacco è certamente una delle cose più insolite e aggressive dell'intero catalogo Queen. Sinceramente, a chi scrive non piace particolarmente, però è innegabile l'originalità della soluzione e la sua efficacia nel separare il lato May dal lato Mercury. E' facile notare come il “trittico Mercury”, composto da Ogre battle, The fairy feller's master-stroke eThe march of the Black Queen (con il breve intermezzo di Nevermore tra le ultime due), presenta notevoli analogie con il trittico centrale del primo album (Great King Rat, My fairy king e Liar). La successione di stili è sostanzialmente la solita: si parte con un aggressivo hard rock, quasi anticipatore dello speed metal, si continua con un progressive colorato di tinte fantasy e si conclude con una suite che mescola i due stili in cui si riconosce molto lo stile Queen. Se la fantasia e l'inventiva dal punto di vista dei testi sono rimaste sostanzialmente immutate, la stessa cosa non si può dire della musica. Fortunatamente. Infatti, pur continuando a racchiudere una quantità spropositata di idee musicali diverse, queste sono presentate in modo organico e senza fratture. Ovviamente, la Marcia della Regina Nera è un'occasione troppo ghiotta per un diretto paragone con la Ballata della Regina Bianca. Si riuniscono qui tutte le differenze tra Brian e Freddie di cui parlavamo all'inizio: il differente uso dei testi, significativi e realistici per il chitarrista, immaginiferi, fini a se stessi e prevalentemente fantasy per il front-man. Ma anche il diverso gusto musicale, misurato e più “classico” da una parte, quasi grottesco dalla pomposità e dal grandeur che sprigiona per l'altro. Una piccola curiosità: The fairy feller's master-stroke si rifà all'omonimo dipinto di Richard Dadd, pittore inglese dell'ottocento. Abbiamo prima accennato a Nevermore: questa breve canzone rappresenta la prima delle ballate d'amore suonate principalmente al piano che saranno tra i pezzi più famosi della carriera di Freddie Mercury, e che avranno come maggior esponente senza dubbio Love of my life. Alla fine della maestosa Marcia abbiamo Funny how love is. Altro probabile filler, qui le chitarre forniscono ossessivamente una base di accordi che creano un “muro di suono” sopra il quale si svolge la canzone. A differenza del pezzo di Taylor, questa canzone, anche presa a se stante, offre veramente pochi spunti musicali. Per fortuna che il tiro viene rialzato immediatamente con la traccia conclusiva, la splendida Seven Seas of Rhye. Pur essendo ancora riconoscibile, è molto modificata e ampliata rispetto al pezzo che chiudeva il primo album: prima di tutto sono state inserite le parole, una presuntuosa e sfacciata dichiarazione di potenza, volta a reclamare il dominio sui mari di Rhye, il mondo fantastico inventato da Mercury. Inoltre, la durata aumenta, gli arpeggi iniziali sono più interessanti e vengono aggiunte parti ex novo. Alcune osservazioni conclusive di carattere generale: la produzione non è eccellente, in quanto il suono è a volte un po' sporco ed è presente il piccolo problema di non avere sempre una transazione indolore tra una traccia e l'altra. Tuttavia la maturazione del gruppo è evidente, e il risultato finale è decisamente migliore rispetto al precedente. Purtroppo, il disco è rovinato dalla presenza dei due filler: se si fosse riusciti a sostituirli con tracce non soltanto dello stesso livello delle altre, ma soprattutto maggiormente attinenti al contesto, saremmo stati certamente di fronte a un capolavoro e forse al migliore album dei Queen. Adesso invece siamo semplicemente di fronte ad un ottimo lavoro, musicalmente ed artisticamente completo, anche se non molto originale: pur presentando diverse idee resta sostanzialmente ancorato ai canoni dell'hard rock, genere caratteristico della prima produzione Queen. Il cd in tre parole: double-face, intimista, sfacciato. Giudizio
complessivo: 8
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