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July 28 Queen - Sheer heart attack (1974)Queen – Sheer Heart Attack (1974) (copertina) Genere: rock, glam, pop Sheer heart attack è un “album di passaggio”. Sono quegli album che mancano di una propria identità ben definita, ma che collegano tra loro due opere o due periodi diversi ma entrambi significativi nella storia di un gruppo. Sono, diciamo, le opere in cui il suono si evolve, o si muove in direzioni diverse alle precedenti. Questa definizione non racchiude pregiudizialmente una valutazione sulla qualità del disco: tuttavia è raro che questi cd vengano considerati dei capolavori, proprio in virtù del fatto che il suono non è ancora definito, e spesso mancano di una certa coerenza interna. Il primo album dei Queen era certamente di discreta fattura: tuttavia era un album che una qualsiasi delle numerose band hard-rock e progressive dei primi anni '70 avrebbe potuto scrivere. Queen II era già più caratteristico: nonostante siano presenti molti luoghi comuni dell'hard-rock, vengono prepotentemente fuori le personalità di Brian e Freddie. Sheer heart attack invece cerca proprio di creare un “sound Queen”, che li possa univocamente identificare in mezzo alle altre band. I Queen avviano dunque un processo di graduale abbandono delle sonorità aggressive e potenti che caratterizzarono la prima fase della loro carriera in favore di soluzione più peculiarie e ragionate. Tuttavia questo processo, con dovute eccezioni, non si arresterà e porterà a conseguenze nefaste. Quando le idee inizieranno a scarseggiare, i Queen si troveranno ad essere un gruppo pop come tanti altri, seppure dotati di una incredibile capacità strumentale e vocale. Eppure qui si vede ancora l'energia e la vitalità della prima fase della band: il disco è proprio un “puro attaco di cuore”. Le canzoni sono generalmente velocissime, gli arrangiamenti sempre allegri, la voce di freddie è al massimo della sua gioia, sembra che sia in stato euforico, mentre l'accompagnamento è tecnicamente a livelli altissimi. Il cambiamento più evidente risiede nella durata dei pezzi: niente più lunghe suite come Liar o The March of the Black Queen, ma 12 brani di tre minuti circa, avvicinandosi così alla forma canzone “standard”. Le canzoni sono molto più unitarie, e non presentano le frammentazioni tipiche dei primi due cd. L'unica eccezione è la traccia di apertura, Brighton rock: tuttavia il lungo (e strepitoso) assolo centrale, realizzato con l'effetto di delay, che simula la presenza di 4 chitarre che eseguono la stessa parte a breve distanza, in origine doveva trovarsi all'interno di Son and Daughter (ottava traccia di Queen). Quindi si può dire che Brighton rock è per certi aspetti un “residuato” del precedente periodo. Altro segno di cambiamento, soprattutto rispetto allo white side di Queen II, è nei temi trattati e nello stile. Già da qualche anno un alieno di nome Ziggy Stardust portava in giro per il mondo le sue storie ambigue e decadenti, vestito di lustrini e paillettes, con capelli rossi e abbondante trucco a dipingere il volto, ed aveva un successo esagerato. Già da qualche anno era nato il glam. Freddie è affascinato da questo mondo: la sua personlità teatrale lo rendeva perfetto per il ruolo. Ed allora la band abbraccia questo modo di essere (il glam è questo, più che uno stile musicale vero e proprio), seppure in ritardo rispetto a tanti altri, ma lo fa in un modo tutto suo, molto più “regale” e al tempo stesso più parodistico. Nascono allora canzoni come Killer Queen, la più famosa canzone del cd e la prima che si può ascrivere a quel sound Queen di cui parlavamo prima. Il tema trattato è tipico del glam, la descrizione di una prostituta: tuttavia è quanto di più possibile lontano rispetto alla Queen bitch di Bowie, ad esempio. Non ci sono atmosfere decadenti, anime maledette: tutto è visto tramite la tipica gioia di vivere di Freddie e la sua inclinazione a non prendere mai niente per serio. Brighton rock nelle strofe e nelle liriche risente delle stesse influenze di Killer Queen, mentre Stone cold crazy si rifà alla frangia del glam più vicina all'hard rock e a quello che diventerà il punk (e il suo stile più aggressivo è sottolineato dal fatto che anche i Metallica ne faranno una cover). Il resto dell'album è più ancorato al passato: Tenement funster di Taylor continua a proporre lo stesso rock'n'roll armonico, chitarra e batteria, che aveva caratterizzato le sue canzoni dei primi due lp. Now I'm here è un classico hard rock che non sarebbe sfigurato nello white side di Queen II, come Flick of the wrist potrebbe essere stato nel black side (anche se l'effettistica usata è molto ridotta e meno pacchiana): del resto sfocia in Lily of the valley, una ballata al piano che sembra la fotocopia di Nevermore (e che per l'ultima volta nella carriera dei Queen è ambientata nel mondo fantastico di Rhye, creato da Mercury per le prime canzoni della band). Menzione speciale per l'esplicita oscenità va a In the lap of the Gods: nel pur apprezzabile tentativo di creare qualcosa di diverso e di originale, i Queen eseguono una canzone che è l'emblema del cattivo gusto. L'introduzione, che vorrebbe essere forse epica e grandiosa, risulta soltanto ridicola, gli effetti ad accompagnare la musica sono fastidiosi, la voce effettata è irritante e non conferisce alcuno spessore all'interpretazione. Inoltre il ritornello cantato dal coro in maniera abbastanza classica sembra escludere un intento ironico o parodistico nella composizione della canzone. Molto meglio In the lap of the Gods... Revisited che chiude il cd, certamente non innovativa ma ben fatta e splendidamente interpretata da Freddie. La parte centrale del secondo lato dell'lp originale consiste in tre piccoli frammenti, della durata totale di 5 minuti: Dear friends è una ninna-nanna dedicata a due amanti che si sono appena separati; Misfire, prima e unica composizione di Deacon finora, è un rock'n'roll allegro e spensierato, con un testo ambiguo pieno di velati doppisensi, mentre Bring back that Leroy Brown è una velocissima canzone, con tanto di accompagnamento all'ukulele, dedicata a Jim Croce, cantante statunitense morto pochi mesi prima. A completare il tutto c'è She makes me, una lentissima canzone d'amore che sembra veramente fuori luogo rispetto al resto del cd. In conclusione questo è il primo vero album dei Queen, il primo in cui presentano tante caratteristiche che li accompagneranno per la miglior parte della loro carriera, pur non rinunciando né ai classici cori, né ad arrangiamenti a volte eccessivi (anche se, insieme a News of the world, questo è l'album con le sonorità più dirette della prima parte della loro discografia), e non abbandonando ancora totalmente la potenza delle origini. Tuttavia soffre della mancanza di canzoni che si possano definire capolavori, nonostante le prime due tracce formino quello che forse è il miglior inizio di un disco dei Queen, secondo solo al sopraccitato News of the world, che apre con We will rock you e We are the champions (e scusate se è poco...). I Queen pubblicano, come dicevamo all'inizio, un disco di passaggio tra i primi due cd e i 3-4 successivi, creando il presupposto per il loro capolavoro dell'anno seguente: A night at the opera. Il cd in tre parole: allegro, adrenalinico, veloce.
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