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    July 28

    Queen - A night at the opera (1975)

    Queen – A Night at the Opera (1975) (copertina)

    Genere: hard-rock, glam, progressive, pop, folk

    Poche band sono riuscite a padroneggiare nel corso della carriera tanti stili diversi come hanno fatto i Queen. Meno ancora sono quelle che hanno dato alle stampe un album che li riunisse tutti. Ma certamente nessun altro è stato in grado di creare una sola canzone in cui fossero tutti presenti.

    Stiamo ovviamente parlando di Bohemian Rhapsody, vera gemma dell'album e di tutta la carriera dei Queen. Qui non si riunisce soltanto la summa dell'esperienza dei quattro, ma si ha un deciso salto in avanti verso un qualcosa non necessariamente di migliore, ma certamente di diverso. A Night at the Opera è un vero e proprio spartiacque nella carriera dei Queen: nonostante le prime avvisaglie si siano già avute in Sheer Heart Attack, è soltanto qui che riescono a evolvere il loro sound ed a renderlo decisamente più vario, staccandosi gradualmente dai canoni dell'hard rock che li hanno accompagnati per i primi 3 album.

    Ci sono ancora sonorità hard (Death on two legs, Sweet lady) e influenze prog (The prophet's song), ma vengono accompagnate da passaggi folk ('39, certamente il miglior momento del side 1), pop melodico (You're my best friend, primo presagio di quella che sarà il loro stile nella seconda metà degli anni '80) e piccoli frammenti stile anni '50 (Lazing on a sunday afternoon, Seaside rendezvous), oltre alla ormai caratteristica ballata per piano di Freddie (Love of my life, la prima a avere dignità propria, senza essere relegata a frammento) e all'arrangiamento di May dell'inno nazionale inglese che chiuderà non solo l'album, ma anche tutte le performance live dei Queen.

    Al primo ascolto l'album è decisamente troppo: troppo pieno, troppo cantato, troppo arrangiato. Troppo pomposo, per utilizzare l'aggettivo più comunemente associato.

    Poi si arriva alla fine del disco e si ascolta Bohemian Rhapsody: qui si capisce tutto. Si capisce che questo “troppo tutto” è esattamente ciò che i Queen vogliono. Si capisce che sotto a molte delle tracce si ha un intento profondamente ironico, quando non apertamente parodistico. Ed allora i successivi ascolti sono diversi: sono soltanto diretti a farsi trascinare dai riff di Brian, a farsi caricare dal “vulcano sonoro” (come è stato definito in una celebre recensione di Rolling Stone) del duo Deacon – Taylor, a farsi ammaliare dalla voce di Freddie. A godere pienamente della loro musica, e a ridere con loro mentre suonano.

    La cosa fondamentale da capire è che i Queen, in A Night at the Opera, non hanno voluto dire niente. Non c'è nessun messaggio nascosto, nessuna morale, nessuna pretesa di aver qualcosa da insegnare. È soltanto ottima musica, suonata per creare qualcosa di talmente grandioso, kitsch e grottesco da risultare irresistibile. E c'è da dire che i migliori Queen sono stati proprio quelli che non avevano niente da dire. Questo tuttavia non vuol dire che non siano stati uno dei gruppi fondamentali della musica rock e pop: non avevano niente da dire, ma l'hanno detto maledettamente bene.

    Qui si hanno i Queen al massimo del loro glam, della loro esagerazione, della loro regalità: le voci di contrappunto sono troppe e troppo evidenti per non generare ammirazione per uno studio così approfondito, ma anche una sana risata e qualche “Nooo!! Qui è veramente troppo...”! Anche dal punto di vista strumentale si ha una evidente esagerazione: basti solo pensare ad alcuni degli strumenti utilizzati, come il koto in The prophet's song o il “Genuine Aloha Ukulele (made in Japan)” di Good Company. Ma del resto anche chitarra e basso sono riempite di effetti fino a creare le sonorità più particolari. Il massimo è tuttavia raggiunto in Seaside rendezvous, dove il ponte musicale è realizzato interamente a cappella, con Freddie che imita un coro di flauti e Roger che interpreta gli ottoni, e la batteria suonata battendo tra loro stecchetti di legno, il tutto effettato in modo da rendere irriconoscibili le voci dei due.

    E dire che il disco inizia in un modo completamente diverso: Death on two legs (probabilmente dedicato all'ex-manager del gruppo) è un hard rock che di ironico non ha proprio niente. Il testo è senza ombra di dubbio il più cattivo e rancoroso tra tutti quelli dei Queen, tanto che in un'intervista Mercury affermò che Brian non si sentiva affatto a suo agio a suonarla.

    Ma i toni si smorzano immediatamente, ed è impossibile non restare affascinati dallo stile della piccolissima Lazing on a sunday afternoon, e non ridere leggendo il testo di I'm in love with my car, tanto che lo stesso Brian pensava inizialmente che il pezzo fosse solo uno scherzo di Roger.

    Abbiamo poi il melenso e banale pop di You're my best friend, che inserito tuttavia all'interno del contesto acquista un altro significato, nuovamente parodistico. E la magnifica '39, che narra una sorta di favola basata sulla storia dei pellegrini del Mayflower che sbarcarono in America, ma filtrata attraverso gli interessi di astro-fisica di Brian (materia in cui si laurerà nel 2007): i coloni salpano su astronavi e tornano dopo 100 anni, ancora giovani a causa degli effetti della relatività, mentre tutti i loro cari sono morti.

    Altre canzoni degne di nota sono The prophet's song e Love of my life.

    La prima si può definire il seguito spirituale di Liar e The March of the Black Queen per la struttura e per lo stile, anche se le differenze dovute al fatto che è a firma di May sono evidenti. La fama è dovuta soprattutto alla lunga parte centrale completamente a cappella, con voce principale di Freddie (ripetuta con la tecnica del delay) e coro degli altri tre. Love of my life è invece la canzone più cantata live dai Queen, e una delle più famose del loro catalogo, vetta mai più raggiunta delle tante ballate scritte da Mercury.

    Infine su Bohemian Rhapsody, possiamo dire semplicemente che è tutto quello che abbiamo scritto finora, con l'aggiunta di sezioni di stampo operistico (Freddie era patito di opera) e di un testo non-sense che la renderà immortale: chi non conosce il coro di “Galileo” oppure l'aggressivo “Mamma mia, mammia mia, mamma mia let me go!”...

    A Night at the Opera è una decisa svolta nella carriera dei Queen, un album che probabilmente nessuno avrà mai né il coraggio né l'abilità di replicare, separato dal resto della loro produzione, una gemma che splende solitaria nel loro catalogo.

    Il cd in tre parole: ironico, vario, esagerato.

    Giudizio complessivo: 9

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